Occhio che guarda, cervello che impara

Occhio che guarda, cervello che impara

Quanto è importante saper sfruttare lo sguardo e allenarsi all’osservazione attenta

Il tema dell’articolo di questa settimana proviene in parte dalla mia diretta esperienza professionale e in parte dalla curiosità verso tutto quello che ruota attorno all’osservare.

Ho parlato più volte di quanto sia importante, per un tecnico #radiologo, prestare attenzione a ogni minimo dettaglio: di fatto, la bravura, la maestria, di chi per lavoro si occupa di analizzare immagini è proprio quella di sapere sfruttare al meglio i propri occhi e allenarli ogni giorno ad essere più aperti (in tutti i sensi). Questo è il lato “tecnico” della mia riflessione.

Dall’altra parte, come professionista a contatto con i pazienti e come #imprenditrice, che quasi quotidianamente si trova a parlare e confrontarsi con colleghi e collaboratori, sono consapevole del peso che le parole hanno e di come qualche volta le usiamo senza saperlo.

Unendo questi due stimoli ho pensato: so davvero che differenza c’è tra vedere, guardare e osservare e, conseguenza, uso questi termini in modo corretto?

E quando ho davanti a me una radiografia, o un’immagine 3D, la sto vedendo, la sto guardando o la sto osservando?

#Vedere, #guardare e #osservare sono i tre verbi principali della vista (non sono gli unici, beninteso, ma con ragionevole certezza potremmo dire che sono quelli più usati).

Stando al dizionario Treccani, “vedere” significa percepire il mondo esterno con la vista. Quindi, è ciò che fisiologicamente facciamo quando apriamo le palpebre e lasciamo che gli stimoli dell’ambiente intorno a noi colpiscano i nostri occhi (escludendo patologie e/o traumi che lo impediscano). A seconda del grado di intensità poi, il verbo vedere si declina con altri termini. “Guardare” invece si porrebbe a un livello più marcato di partecipazione del soggetto: quando guardo, io dirigo il mio sguardo verso qualcosa in modo intenzionale (anche se si può guardare senza vedere) e lo fisso per poterlo percepire meglio o per distinguerne le caratteristiche. Un sinonimo di guardare è “osservare”, perciò anche qui c’è quella componente intenzionale e di attenzione che aggiunge più soggettività all’azione.

La nostra bella lingua poi ci offre una varietà di espressioni e combinazioni che da sole riempirebbero il mio articolo!

Quindi, noi possiamo vedere o no; guardare e non vedere, osservare con maggiore o minore attenzione.

Ma quando questa attività è parte imprescindibile della propria professione, in che modo lo usiamo? Il modo in cui guardiamo è anche improntato a cosa si sta cercando, a cosa speriamo di cogliere attraverso il nostro sguardo.

Quando eseguiamo un esame radiografico, oltre a circoscrivere il sito sul corpo del paziente sul quale svolgerlo, lo facciamo proprio scrutando (ecco un altro verbo affine alla vista) ogni centimetro dell’immagine alla ricerca di una risposta a una o più domande: “C’è un’anomalia?”, “Dov’è la causa del dolore che il paziente sta provando?”, “Dov’è la frattura causata dal trauma?”.

E quando l’esito dell’esame diagnostico, la #radiografia o il #radiogramma restituito dal macchinario (sia questo in 2D o 3D), viene osservato e “letto” per effettuare la diagnosi, lo si fa proprio aguzzando la vista (ecco, man mano che scrivo le espressioni saltano fuori come funghi). Ma l’approccio di ricerca può, anzi deve, essere affiancato da un’altra predisposizione: è importantissimo lasciare aperti gli occhi nel senso più ampio della definizione, cioè lasciare che la propria vista possa scoprire qualcosa della quale non sospettavamo l’esistenza. O che la fattispecie che stavamo cercando si rivela diversa da come ce l’aspettavamo. Non significa lasciarsi cogliere impreparati da ciò che si potrebbe trovare, ma procedere nell’osservazione ancora più attenta, educando i propri occhi a trovare sì quello che si cerca, ma anche a vedere quello che non ci si aspetta.

Nel corso della pratica radiologica è all’ordine del giorno dover dirigere il proprio sguardo (e quindi guardare) in direzioni anche molto lontane da quelle impostate all’inizio dell’esame.

È una sfida quotidiana a migliorare la propria capacità, un esercizio costante.

Di fatto, la professionalità è questa: la consapevolezza che la nostra capacità, le nostre competenze, sono messe alla prova a ogni esame, a ogni sguardo posto su una radiografia.

In questo caso, la flebile, etimologica distinzione tra vedere e guardare è per me importantissima perché è ciò che separa la capacità di scorgere anomalie e segnali dal non saperlo fare. Imparare a dirigere lo sguardo in modo consapevole sulle immagini e sulla realtà che abbiamo di fronte è quello che rende possibile esercitare la propria professione; a questo si aggiunge anche il fatto che saper guardare il paziente significa anche accorgersi dei segnali che manda, anche in modo inconsapevole.

Concludendo, uno sguardo più attento significa anche poter imparare ogni giorno come elaborare le informazioni, sia che vengano dalle immagini su un monitor o dalla persona che ci sta parlando davanti. Proviamo ogni giorno a esercitare il nostro sguardo e il nostro cervello imparerà sempre di più come guardare il mondo e gli altri.

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