Quella magnifica pazzia che muove (e distrugge) il mondo
Smettiamola di camuffare la realtà dietro agli eufemismi. Quando sentiamo la parola “pazzia“, la nostra mente corre subito al manuale di psichiatria, al dramma patinato o alla morale da salotto buono.
Facciamo un reset.
Togliamo di mezzo i preconcetti, la compassione di facciata, le etichette troppo facilmente appiccicate, il moralismo da quattro soldi e il bisogno compulsivo di normalizzare tutto ciò che eccede la media.
La pazzia, spogliata da ogni sovrastruttura clinica o giudizio morale, non è altro che questo: essere e comportarsi radicalmente fuori dagli schemi. È lo scarto millimetrico o oceanico rispetto al copione che la società ha scritto per noi. È il rifiuto istintivo, cinico o illuminato di camminare sui binari prestabiliti.
Di per sé, l’essere fuori dagli schemi non è né un titolo di merito né una condanna.
È una forza neutra, una corrente ad alta tensione che attraversa l’esistenza umana. È la caratteristica di alcuni, pochi.
Ed è impossibile dire se sia una caratteristica buona o cattiva, utile o inutile. Come giudicare la pazzia di una persona? In base a quale presunta “normalità”?
Il punto non è chiedersi se una persona sia “normale” o “folle“. Il punto, piuttosto cinico ma dannatamente reale, è analizzare che cosa produce questa deviazione dalla norma. Perché i frutti della pazzia non sono tutti uguali: sanno essere il motore del progresso più sfolgorante o la miccia di catastrofi memorabili.
I frutti luminosi: quando lo schema salta e rinasce il futuro
Prendiamo l’innovazione, il colpo di genio imprenditoriale, la scintilla artistica che toglie il fiato. Pensate a chi decide di buttarsi a capofitto in un’impresa disperata, di fondare un progetto visionario quando tutti gli indicatori logici suggerirebbero la bancarotta, o di gestire le sfide con quel pizzico di sana sregolatezza che ribalta i tavoli.
Quella è pazzia allo stato puro. È il rifiuto del “si è sempre fatto così“. Quando la pazzia si mette al servizio della visione, diventa creatività feroce, gusto d’avanguardia, efficacia brutale. I grandi innovatori, i pionieri dello sport, dell’impresa o del pensiero non sono mai stati persone prudenti o allineate. Erano pericolosamente fuori dagli schemi. Hanno guardato il caos e ci hanno visto un’opportunità, mentre i “normali” tremavano all’idea di perdere le proprie certezze.
La pazzia positiva non cerca il consenso: cerca l’impatto. È il coraggio lucido di fare scelte che gli altri definirebbero insensate, salvo poi applaudirne i risultati quando la storia le dà ragione. È sale, è sapore, è quella spinta propulsiva senza la quale il mondo sarebbe una marmellata grigia e stagnante.
Tim Grover, il celebre preparatore atletico e mental coach – tra gli altri – di Kobe Bryant, Micheal Jordan e Dwayne Wade, diceva:
“You have to be a little off and crazy in order to do something successfully. You can’t think like everyone else“.
(In italiano: “Devi essere un po’ fuori di testa e pazzo per fare qualcosa con successo. Non puoi pensare come tutti gli altri“).
I frutti amari: quando l’irrazionalità diventa devastazione
Tuttavia, dipingere la pazzia solo come il mantello dei geni incompresi sarebbe un esercizio da intellettuali da bar. C’è l’altra medaglia della medaglia. Una faccia scura, ottusa, profondamente infelice.
Perché uscire dagli schemi, se privati di quella sottile e rigorosa alchimia che chiamiamo autocoscienza, conduce dritti nel baratro della distruttività gratuita. Esistono azioni folli che non hanno nulla di poetico o di innovativo: sono semplicemente devastanti, tristi, figlie di un delirio autoreferenziale che calpesta tutto e tutti.
La pazzia degenerata produce arroganza, distruzione di relazioni, incapacità cronica di guardare l’altro se non come a una comparsa del proprio ego. È la follia di chi brucia ponti per il gusto di vederli crollare, di chi scambia la propria disfunzionalità per genialità, di chi compie scelte scellerate trascinando nel fango progetti, famiglie o intere comunità. Qui non c’è innovazione: c’è solo il vuoto pneumatico dell’irresponsabilità, vestito magari da ribellione ma ridotto a miseria umana.
Il verdetto: cosa scegli di farne?
Alla fine della fiera, etichettare un comportamento come “pazzo” o “normale” è irrilevante. La vera discriminante, ciò che separa un’esistenza memorabile da un disastro esistenziale, risiede unicamente nel frutto che si raccoglie.
La pazzia è una risorsa potentissima e pericolosissima. Può costruire cattedrali nel deserto, inventare nuovi mondi e ridefinire i confini del possibile, oppure può demolire metodicamente ogni cosa per puro egoismo o cecità mentale.
Non giudicate la follia altrui in base a quanto si discosta dalla vostra comfort zone. Guardate piuttosto ai suoi frutti. Se innova, se crea valore, se sposta l’asta più in alto con stile e visione, allora benedite quello scompiglio. Ma se produce solo macerie, tristezza e infelicità seriale, chiamatela pure con il suo nome: non è genio ribelle, è solo un cortocircuito che andrebbe spento sul nascere.







Giuseppe Capoferri
I completely agree! Well done Graziella