La solitudine dell’arroganza
“L’arroganza è l’assenza di comprensione” (Aristotele)
Martedì 6 giugno, come avete visto in questo post ho partecipato a un bellissimo evento di sport e socialità presso il Teatro di Erbusco, durante il quale abbiamo celebrato l’importanza dell’attività sportiva per contrastare il bullismo tra giovani e giovanissimi.
Insieme allo storyteller e narratore Emanuele Turelli, che ci ha raccontato l’incredibile storia di amicizia e rivalità sportiva tra due stelle indimenticabili come Jesse Owens e Luz Long racchiusa nel suo volume “Amici per la pelle” (volume che è stato poi donato a tutti i presenti), ho potuto contribuire con la mia esperienza in ambito cestistico: come presidente della Germani Pallacanestro Brescia ho il privilegio di vedere ogni giorno come lo sport, l’aggregazione, la collaborazione siano linfa per costruire delle relazioni sane e un senso di collaborazione e condivisione prezioso. E non potevamo avere migliore testimonial di questo del nostro Amedeo della Valle, che ha inviato un suo messaggio proprio contro il bullismo.
L’arrogante solitudine del bullo
Il bullismo purtroppo lo conosciamo tutti, e molti di noi forse ne sono stati anche oggetti: è un comportamento che ferisce profondamente chi lo subisce, che si vede riversati addosso aggressività, violenza e denigrazione anche per molto tempo. E non è neanche necessario tornare troppo indietro con la memoria, magari alla nostra infanzia: anche da adulti si può essere vittime di comportamenti che sono in tutto e per tutto “da bulli”.
Non mi addentro troppo nella descrizione del bullismo, perché ci sono studiosi e ricercatori che se ne occupano ogni giorno e che di certo hanno modo di dare una definizione più accurata. Dall’evento del 6 giugno ho continuato a riflettere su un aspetto in particolare che caratterizza il bullo: l’arroganza.
Un atteggiamento, oltre che estremamente fastidioso, davvero distruttivo perché l’arrogante tende a creare intorno a sé tensione e acredine in tutte le relazioni, che siano tra amici, colleghi o compagni di squadra.
Arroganza deriva dal latino arrogantia, che cela in sé la radice ad rogare, ossia impossessarsi di qualche che non ci spetta di diritto. E cosa fa una persona arrogante se non impossessarsi di qualche non è suo, cioè della nostra attenzione credendosi superiore per capacità e qualità? L’arrogante è sprezzante nei confronti degli altri perché è incapace di relazionarsi con loro sullo stesso piano, dacché si considera migliore e superiore e non accetta che non gli venga riconosciuto: è per questo che una delle manifestazioni più frequenti dell’arroganza è la denigrazione dell’altro, anche aggressiva. Sminuire l’altro è il modo più facile per sentirsi migliore, corroborando ancora di più la convinzione che le proprie qualità siano eccellenti e che quindi tutto ciò che si fa o che si dice è per forza giusto.
Quindi, l’arroganza è un mix micidiale di supponenza, sopravvalutazione delle proprie qualità e disprezzo per gli altri. Non sembra un ritratto molto verosimile di un bullo?
E avere a che fare con una persona arrogante è davvero sfinente perché questa non accetterà mai di venir messa in discussione o di venir messa di fronte ai propri errori. Proiettate tutto questo in una classe, in una squadra, in un ufficio… cosa otterremo? Un ambiente pesante e delle relazioni che si deterioreranno molto velocemente.
E se ci troviamo in una condizione simile? Se siamo noi stessi bersagli di un bullo arrogante? Ci ho riflettuto molto e credo che gli scenari possibili siano essenzialmente due: o le persone prese di mira dal bullo fanno orecchie da mercante, ignorandolo, e di fatto permettendogli di continuare con lo stesso comportamento; oppure si coalizzano e lo mettono all’angolo, con la possibilità che questi reagisca in modo violento (a parole e non solo), ma facendogli capire che non sono disposte a farsi schiacciare.
Però c’è un aspetto in comune in entrambe le situazioni: il bullo è solo.
Fare gruppo: lo sport come antidoto al bullismo
O che si isoli per effetto delle sue stesse azioni o che siano gli altri ad isolarlo, il bullo è solo: solo nella sua incapacità di relazionarsi in modo costruttivo con gli altri, di sostenere con civiltà e rispetto un confronto costruttivo, di capire che per emergere non è necessario soverchiare gli altri. E credo che spesso, sotto questa apparente aura di grandeur e sicurezza di sé ci sia tanto senso di inadeguatezza e poca autostima. E qual è la dimensione migliore per capire che si può migliorare e che aggredire gli altri non è la mossa giusta per far emergere le proprie qualità se non quella dello sport?
Credo che ogni attività sportiva sia metafora della nostra vita in società, di come costruiamo le relazioni, ci confrontiamo con gli altri e spesso ci scontriamo: è per questo che manifestazioni come quella del 6 giugno sono importanti, perché ci ricordano fin da piccoli che arginare l’arroganza e spegnere il suo fuoco distruttivo si può. E che il bullo non vince se la squadra lavora insieme per fargli capire che non c’è né gusto né merito ad essere migliori degli altri (e poi migliori, in base a cosa?) se per farlo non si cresce come persona, ma si svilisce l’altro.
Perché alla fine il bullo incontrerà di sicuro qualcuno (o molti) non disposto ad accettare la sua arroganza e non gli resterà nessuno da aggredire. E la sua arroganza resterà lì, sola, senza un pubblico ad applaudirla.







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