Scegliere la gioia anche quando non conviene

Scegliere la gioia, anche quando non conviene

Sarà la stagione autunnale, con l’atmosfera ovattata e la luce più tenue; forse è la quotidianità, non facile da affrontare a volte quando il lavoro si fa pesante e qualche volta le energie a disposizione sembrano finire un po’ troppo presto. Ma alla fine di questo ottobre la mia riflessione vuole dare una spinta di speranza e, perché no, leggerezza. In contesti complicati, scegliere di coltivare la gioia può apparire fuori luogo; eppure, proprio in questi frangenti, è più preziosa.

Non è una fuga dalla realtà, ma un atto di resistenza e consapevolezza. Il gesto di chi decide di non lasciarsi definire (e di non definire il mondo intorno a sé) da ciò che manca, ma da quello che abbiamo in noi negli altri.

Offrire uno spazio alla gioia è creare la breccia per il futuro

Dare spazio alla gioia sembra semplice, ma in realtà richiede impegno e fatica. Come? Da quando in qua provare gioia è faticoso?

Sì; decidere di riempire la vita con la gioia include darsi tempo, ascoltarsi e costruire anche una rete intorno a sé di persone che credono nella gioia e nel valore che può infondere nella comunità e in ogni singola vita.

Quante volte abbiamo sentito la frase: “Fare un gesto gentile nei confronti degli altri porta più gioia a chi lo compie che a chi lo riceve?”. Diciamo la verità, il più delle volte l’abbiamo trovata banale. Ma fermiamoci a riflettere un attimo: facciamo davvero così tanti gesti gentili da arrogarci il lusso di considerare la gioia che questi portano qualcosa di banale?

Questo punto è stato il blocco di partenza della mia riflessione: la gioia può davvero essere una corrente di energia calda che attraversa la nostra vita, che può sembrare poco spettacolare, ma ha la forza di creare uno spazio, anche solo per un istante, dove sentirsi visti, riconosciuti, liberi. Quella gioia così non rimane nostra soltanto, ma condivisa, frutto di una relazione.

Può essere il modo in cui scegliamo di stare nel mondo, non per imporci su di esso ma per renderlo più abitabile.

La gioia non è un premio, è una scelta

Questo tempo ci spinge a correre, tanto, troppo, e a dimostrare sempre di essere al massimo. Un mondo che premia la performance e che ci lascia poco tempo per pensare se questa ci lascia qualcosa di valore. Certo: raggiungere un buon risultato, centrare un obiettivo a lungo mirato, dà tantissima soddisfazione; e va bene così. Ma proviamo davvero gioia una volta che siamo arrivati alla meta?

Provare gioia è qualcosa di cui si parla sempre meno, e per questo riflettere sulla sua essenza come atto di resistenza ad un mondo che ci pressa sempre di più. Consapevoli della complessità delle nostre vite, delle decisioni che ogni giorno dobbiamo prendere o rimandare, dare spazio alla gioia è dotarsi di uno strumento per scegliere cosa coltivare quando fuori tutto sembra spingerci altrove.

La gioia non è il contrario del dolore

Nella gioia e nel dolore…”: in una frase come questa sembra implicito pensare alla gioia come a qualcosa che arriva dopo il dolore, come una ricompensa, o che convive con esso come una specie di rovescio della medaglia. Ma cerchiamo di adottare un’altra prospettiva: provare gioia non significa non provare dolore, ma sapere che anche nelle difficoltà, nelle relazioni complicate, nelle aspettative possiamo scegliere di notare un dettaglio gentile: una parola detta con cura, un gesto che ci ricorda che siamo in contatto con gli altri, un pensiero sereno. La gioia si annida in questi frammenti minuscoli che spesso ignoriamo.

Certo, mica è facile riconoscerli, né è automatico o spontaneo; i frammenti di gioia vanno cercati e, una volta trovati, difesi.

Eh sì, la gioia va protetta dal cinismo che ci dice che è un sentimento da poco, superficiale, ingenuo… E spesso siamo noi stessi che ci ripetiamo questo mantra, che blocchiamo la gioia per il solo fatto di credere di non meritarla o che non è il momento giusto. Ma la gioia può dimorare dappertutto, dobbiamo creare noi il nido giusto.

La gioia come competenza

Ma come, ho detto che il mondo è già fin troppo preso dalla performance e ora dobbiamo considerare la gioia come competenza?

Sì, perché se siamo in grado di sviluppare capacità di ascolto, di empatia, perché non lavorare anche sulla capacità di nutrire la gioia? Non entusiasmo forzato, non fraintendetemi: la gioia che intendo è quella descritta all’inizio di questo articolo, uno spazio di reciproca visione con l’altro, la sensazione preziosa di rendersi conto di poter contribuire al mondo insieme, celebrando i successi e i passi avanti, con la capacità di sostenersi quando le cose vanno meno bene, in quei momenti in cui ci si sente indifesi.

Come si fa? Non credo ci sia una soluzione univoca, un metodo infallibile per fare spazio alla gioia, però aprirsi ai legami con l’altro di certo è il primo, grande passo.

Scegliere la gioia è anche un gesto di grande affermazione “politica”: scegliere di gioire è un modo per dire non mi arrendo. E la cosa più semplice, anche se apparentemente assurda, è che in realtà non serve fare grandi cose: cominciamo da noi, da quei piccoli momenti, e non rimandiamo la gioia a un tempo migliore. Perché anche oggi può fare capolino qualcosa che può donarci gioia.

Troppo sentimentale? Io non credo. La gioia non deve essere un lusso, ma un nutrimento della nostra immaginazione. Quante volte abbiamo visto la gioia anche in contesti in cui tutto c’era meno che da gioire? Eppure, per qualche piccolo motivo, era là. E se chi vive in situazioni drammatiche è ancora capace di provare gioia ciò dimostra che, nonostante tutto, siamo ancora capaci di sentire.

Scegliere la gioia è davvero un atto rivoluzionario, anche quando non conviene. Siamo abbastanza audaci per farlo?

Io credo di sì.

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