Quando il facilitatore siamo noi...

Quando il facilitatore siamo noi…

Nella mia vita professionale, come anche in quella sportiva e sociale, mi sono spesso ritrovata ad essere la persona che incoraggia, spinge e motiva gli altri intorno a sé: che sia un gruppo di lavoro, un ritrovo di amici o una squadra, ho avuto più volte il compito di tirare fuori dalle persone le loro qualità e le risorse necessarie a portare avanti un progetto o a raggiungere un obiettivo. Ho poi scoperto che questo ruolo ha un nome vero e proprio: il facilitatore.

Ma chi è, cosa fa un facilitatore?

Il facilitatore in realtà è una vera figura professionale, sempre più richiesta sia nell’industria che nei progetti sociali, necessaria dove si debbano gestire gruppi di persone con obiettivi, competenze e aspettative diverse. Infatti, quando ci si trova in un team con un obiettivo comune (o dove è necessario raggiungerne uno) ma dove le componenti sono anche molto diverse è utilissimo avere una figura super partes che non parteggi per una visione o un’altra, ma che sia in grado di stimolare il confronto e la partecipazione, la creatività e la collaborazione.

Detta così sembra facile e anche abbastanza generico, ma in realtà il facilitatore deve possedere diverse qualità che gli o le consentano di moderare e controllare lo scambio nel gruppo, smorzando le tensioni che si possono creare e facendo emergere invece le qualità e le proposte positive.

Per la mia esperienza personale, nelle occasioni in cui, involontariamente si potrebbe dire, mi sono ritrovata a ricoprire questo ruolo, credo che le qualità più importanti che un facilitatore debba avere sono:

1 – Una grande capacità di ascolto attivo, il che significa saper comprendere a livello empatico ciò che il nostro interlocutore ci sta dicendo, senza pregiudizi né censure;

2 – L’essere neutrale e imparziale, fondamentale per permettere a tutte le opinioni e i punti di vista di venir espressi nel rispetto del gruppo;

3 – Saper fare le domande giuste, sintetizzare e parafrasare i contenuti che vengono espressi negli scambi all’interno del gruppo, perché questo consente a tutti di capire a fondo i concetti principali.

A parole son tutti capaci

È vero: sembra tutto facile. Essere empatici, non giudicare, permettere l’espressione di ogni opinione, non esacerbare gli animi.

Ma credetemi, non lo è per nulla.

Le persone che compongono i gruppi, qualunque tipo di gruppo, hanno emozioni e temperamenti individuali diversissimi e spesso e volentieri opposti gli uni agli altri. E gli scontri possono essere aspri, poiché ognuno mette in gioco sé stesso attraverso le sue opinioni, che possono essere sostenute anche in modo decisamente energico; inoltre, non tutti i partecipanti sono disposti allo stesso modo alla partecipazione e alla condivisione, alcuni possono sentirsi intimiditi, altri possono prendere il sopravvento.

Come ho avuto sperimentare in prima persona, il facilitatore è una sorta di equilibrista della relazione che deve tenere in mano i fili dei diversi caratteri che emergono durante il lavoro del gruppo e che questo sia composto da cinque o da quindici persone, le dinamiche che si innescano sono sempre le stesse: può essere difficile gestire il conflitto, quando posizioni diverse e qualche volta inconciliabili si scontrano e possono anche degenerare (non nel senso della violenza, ma le parole hanno un peso specifico incredibile); ci si può trovare di fronte un gruppo poco motivato, con scarsa o nessuna propensione alla condivisione, in cui sono anche poco chiari e coerenti gli obiettivi e le attività da mettere in campo.

Un ruolo entusiasmante, ma che fatica…

Ho avuto modo di sperimentare tutte queste situazioni e devo dire che il ruolo di facilitatore è difficilissimo, soprattutto quando si avverte che il gruppo non condivide la base del suo lavoro o della sua relazione. Lì il passo faticoso è cercare di definire in modo chiaro il tema del lavoro e creare un clima che favorisca lo scambio: personalmente, trovo che si ottengano ottimi risultati facendo capire alle persone che le loro opinioni sono valide, che nessuna domanda è stupida e che quindi non hanno nulla da temere nell’esporsi.

Spesso infatti riscontro una grande ritrosia nel proporre i propri punti di vista per paura di venire giudicati o attaccati; e purtroppo succede spesso che qualcuno non riesca a moderare i toni e ad esagerare.

Credo sia qui che il facilitatore abbia molte frecce al proprio arco per condurre la relazione e lo scambio tra le componenti del gruppo, essendo proprio il suo ruolo quello di stemperare i toni quando si accendono troppo e, con diverse strategie, riportare lo scambio sul livello della correttezza e dall’equalità.

Aver a che fare con gli altri è bellissimo, ma complesso, e ogni giorno ne ho la prova: è un gioco millimetrico di dare e ricevere, parlare e tacere, ma sono convinta che sia una delle cose che più mi entusiasma nella mia vita professionale e non.

Ovviamente, io non sono una facilitatrice professionista, anche se di fatto “esercito” da tanti anni: per poterlo fare in modo ufficiale è importante formarsi continuamente, sia sul piano teorico che pratico, sperimentando diverse tecniche e approcci di facilitazione, confrontandosi con altri facilitatori e ricevendo feedback dai partecipanti.

Ma credo sia molto importante riflettere anche su se stessi, sul proprio modo di interagire con gli altri e su quali aree del nostro carattere è possibile migliorare: solo così si è sempre aperti al cambiamento e all’apprendimento e si riesce ad essere un punto di riferimento per il proprio gruppo di lavoro e per le persone con le quali condividiamo la nostra vita.

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