La gentilezza non allevia solo l'anima

La gentilezza non allevia solo l’anima

Riscoprire una qualità dimenticata dalle preziose proprietà

In questi giorni pieni di impegni sto leggendo un libro davvero interessante, Biologia della gentilezza, scritto dall’esperto di meditazione Daniel Lumera e dalla ricercatrice in epidemiologia di Harvard Immaculata De Vivo, che ha incentrato i suoi studi sui telomeri (i biomarcatori dell’invecchiamento del nostro organismo). Questi due autori, provenienti da due ambiti di studio molto diversi, si sono chiesti sentimenti positivi come la gentilezza abbiano un qualche effetto sulla nostra biologia, quindi se in concreto ci aiutino a vivere meglio e più a lungo.

Moltissimi studi hanno messo in evidenza quanto gli stili di vita, le condizioni in cui ci troviamo e le decisioni che prendiamo sul nostro corpo influenzino in modo importante la nostra salute. Infatti, ci si sta muovendo sempre di più lungo la strada della prevenzione, stimolando nelle persone una maggiore consapevolezza verso il grande potere che hanno nel prendersi cura della propria salute. E in questo senso, gli stati d’animo e le emozioni giocano un ruolo cruciale.

In questa visione sempre più complessa e articolata dell’essere umano e della sua salute, ecco che i due autori mettono in evidenza un aspetto fin troppo sottovalutato: la gentilezza, una componente fondamentale dell’interazione umana e della costruzione delle relazioni sociali.

Il valore biologico e sociale della gentilezza

La dottoressa De Vivo usa spesso questo motto: Be kind with your DNA, sii gentile con il tuo DNA. Questa frase racchiude molto di quello che si è scoperto negli ultimi anni, ossia che tutte le nostre predisposizioni genetiche, incluse quelle nei confronti delle patologie, sono fortemente influenzate da fattori epigenetici come l’ambiente in cui si vive, lo stile di vita, l’alimentazione etc. E in questi fattori rientrano anche le emozioni e gli stati d’animo: la gentilezza, la gratitudine, l’ottimismo hanno il potere di ridurre lo stress ossidativo e l’infiammazione (effetti che danneggiano i telomeri). In particolare, Lumera e De Vivo si concentrano sul ruolo della gentilezza nell’approccio alla cura e al trattamento di pazienti affetti da patologie anche importanti e illustrano come la pratica quotidiana di questo sentimento abbia degli enormi benefici, sia su chi l’agisce che su chi la riceve.

Perché la gentilezza va oltre il mero buonsenso o l’educazione, è un prendersi cura profondo e responsabile dell’altro nell’ottica non solo di aiutare il destinatario delle cure, ma di rinsaldare il legame tra coloro che fanno parte di un gruppo. Perché una società in cui i membri si prendono cura gli uni degli altri è una società più forte e più sana.

Il ruolo della gentilezza nell’approccio alla cura

Da professionista della salute so bene quanto la gentilezza e la compassione siano delle componenti imprescindibili nella cura dei pazienti, in particolar modo quando la patologia che si deve trattare è severa, come nel caso del cancro. Lumera e De Vivo mettono in evidenza come gli studi più recenti abbiano riportato i risultati positivi dell’applicazione della gentilezza e dell’umanità come coadiuvanti dei trattamenti medici nella cura del cancro.

Chi deve affrontare una diagnosi del genere attraversa stati d’animo tra i più diversi, dalla paura allo sconforto. Fornire un supporto emotivo positivo e creare intorno al paziente un ambiente empatico in cui la generosità, l’ascolto e la riduzione dello stress siano le componenti principali permette di costruire un forte legame di fiducia e comprensione tra il medico e il paziente, con risultati fino a poco tempo fa solo ipotizzabili.

Dimostrare gentilezza nel trattare con i pazienti, dal momento della comunicazione della diagnosi a nel corso di tutto l’affiancamento nel percorso di cura, ha un impatto profondo sulla loro psiche.

Il professionista sanitario che adotta un approccio improntato alla gentilezza riesce con più facilità a comunicare in modo efficace con il paziente, costruendo un ambiente empatico in cui quest’ultimo può esprimersi in modo franco, parlando liberamente delle sue preoccupazioni e dei dubbi nei confronti della patologia e del percorso terapico.

Inoltre, sentirsi accudito e capito spinge il paziente ad essere più coinvolto nel percorso di cura; la gentilezza riduce lo stress causato dalle terapie, molto invasive, alle quali il paziente è sottoposto e facilita il medico e gli specialisti a capire i bisogni personali e calibrare meglio il percorso terapico.

Gli effetti dell’approccio gentile

I benefici della gentilezza vanno ben oltre l’esperienza che il paziente fa nell’immediato. Diversi studi dimostrano anche i risultati oggettivi delle terapie beneficiano di un approccio gentile: riduzione dello stress, miglioramento della qualità della vita, minori recidive e abbassamento della frequenza di riospedalizzazione.

I pazienti che si sentono capiti e vengono trattati con empatia e gentilezza tendono a seguire con più facilità le terapie prescritte ed è per questo che si registrano miglioramenti negli effetti delle stesse.

Più gentilezza, per i pazienti e per sé stessi

Praticare la gentilezza è un atto che potrei definire quasi controcorrente. Nel mondo che osserviamo, dove sembra imperversare l’egoismo e l’individualismo, un atto di gentilezza nei confronti dell’altro è una scintilla di umanità. È lo è ancora di più, e ha anche maggior peso, quando questo atto viene rivolto verso chi si trova in un momento di difficoltà fisica e psicologica come quando si affronta una patologia.

È innegabile che la gentilezza favorisca le relazioni e i rapporti sociali, e quindi va da sé che un suo ruolo nel trattamento medico e nell’approccio alla cura non può che essere positivo. Sostenere una cultura dell’empatia, della compassione e della gentilezza in ambiente medico tramite corsi, laboratori e formazione continua, può soltanto favorire l’apprendimento di capacità di trattamento e scambio con i pazienti.

Trattare il paziente con gentilezza significa farlo sentire capito e partecipe del proprio percorso di terapia, e permettergli di esprimere le proprie sensazioni e dubbi in modo aperto e onesto.

E verso sé stessi? È difficile esercitare la gentilezza verso gli altri se non lo si fa in primi verso di sé. Esercitare la gentilezza quotidianamente, con piccoli gesti (Lumera e De Vivo ne indicano sei, tutti semplici e che ognuno di noi può davvero applicare ogni giorno) incrementa il nostro potere di donarla agli altri. La gentilezza si autoalimenta e si espande come I cerchi sull’acqua: più siamo gentili con noi stessi più riverberiamo gentilezza nei confronti degli altri. E questo non fa altro che aumentare il nostro benessere, favorendo uno stato d’animo meno stressato e più positivo. E più pratichiamo la gentilezza più stiamo bene. Di conseguenza, un atto gentile verso il prossimo fa stare bene noi e gli altri.

Gli effetti benefici, come abbiamo visto, non sono solo psicologici ma proprio biologici: essere gentili non serve solo a stare in pace con sé, ma a far stare in salute il nostro corpo.

Come professionista della salute, ho accolto con grandissima attenzione questo spunto sull’efficacia della gentilezza in ambito medico e spero che nutrire sempre di più questo approccio nella cultura della salute e del benessere aiuti tutti, in primis i colleghi, a potenziare in questo modo i grandi risultati che la ricerca ci permette di raggiungere nella cura della nostra società.

Intervista di Nicoletta Carbone a Daniel Lumera per Radio 24 – https://www.youtube.com/watch?v=wAWyiSN0NT4

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